Prevenire i prossimi coronavirus: dipende dalle nostre scelte alimentari

14 Aprile 2020

Immagine del corona virus

Non possiamo contrastare con la dieta il coronavirus, ma avremmo potuto prevenire la pandemia in atto, e quelle precedenti, se i consumi alimentari mondiali fossero stati diversi. E potremmo fare lo stesso con le epidemia future, che certamente si svilupperanno se non cambiamo il nostro modo di nutrirci.

In un bell'articolo pubblicato qualche giorno fa sul sito di SSNV, il professor Mario Luigi Chiechi, medico-ricercatore, spiega: "Gli studi condotti sul Covid-19 hanno dimostrato che la sua origine è legata a un mercato ittico locale della Cina meridionale di Huanan a Wuhan, provincia di Hubei. La ricerca ha anche rivelato come questo mercato fosse solo nominalmente ittico: in realtà comprendeva nella sua parte occidentale, laddove erano concentrati i soggetti positivi, un commercio di specie animali selvatiche, da cui il convinto sospetto del legame dell'epidemia con il commercio di questi animali." [1, 2]

Sul tema del commercio di carne di animali selvatici, il professor Andrew Cunningham della Società Zoologica di Londra ha dichiarato pochi giorni fa, in una intervista al Guardian: "Gli animali vengono trasportati su lunghe distanze, stipati in gabbia. Sofferenti, immunodepressi, espellono ogni genere di patogeno". [3]

Non dobbiamo però pensare che tutto si riduca alla "deprecabile" abitudine asiatica dei wet market (frequentati comunque anche da tanti turisti occidentali), dove animali vivi e morti di ogni specie sono tenuti in condizioni di sofferenza estrema e di altrettanto estrema mancanza d'igiene.

Il problema si pone per qualsiasi genere di carne, pesce o altri prodotti che derivano dall'allevamento, perché spesso gli allevamenti fanno da "ponte" per il passaggio dei virus dagli animali selvatici all'uomo.

Gli animali selvatici sono portatori di patogeni con cui convivono da sempre (così come noi umani conviviamo con i nostri), ma questo non è mai stato un problema. Quando però li si cattura a milioni oppure si distrugge il loro habitat, li si costringe a un contatto ravvicinato con noi umani e i contagi diventano inevitabili.

Se aggiungiamo gli allevamenti, in cui gli animali sono stipati a migliaia in condizioni di mera sopravvivenza, ecco che aumenta di molto la probabilità di diffusione dei virus provenienti dai selvatici: i patogeni passano dagli animali selvatici a quelli d'allevamento e da questi all'uomo.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il 75% delle nuove patologie infettive sono causate da virus che hanno fatto il salto di specie dagli animali all'uomo: Ebola, la SARS, la MERS. L'influenza aviaria, che si diffonde negli allevamenti di polli e altri volatili, e che si è ripresentata più volte in diverse forme. Il virus A/H1N1, originato nel 2009 negli allevamenti di maiali e di polli, e che ha ucciso oltre 570 mila persone in un anno e un milione in totale.

In aggiunta, gli allevamenti per la produzione alimentare sono essi stessi una delle cause primarie di distruzione degli habitat: un circolo vizioso causato dall'esagerato appetito per la carne, il pesce, i latticini e le uova sviluppatosi negli ultimi decenni e in veloce ascesa in tutto il mondo.

Gli attuali consumi sono così elevati che nel mondo non esistono più spazi per allevare gli animali e coltivare i loro mangimi: è necessario rubare sempre più territorio alla natura, deforestare, distruggere.

Una dieta basata sui vegetali non creerà mai difficoltà di questo genere: nessun patogeno dagli animali selvatici e di allevamento, nessun bisogno di distruggere la natura, perché se ci nutriamo direttamente di vegetali, anziché coltivarli per gli animali d'allevamento, consumiamo 7-8 volte meno risorse, nutrendo tutti.

La natura ci manda un messaggio: rispondiamo con saggezza

La dottoressa Inger Andersen, Direttore Esecutivo dell'UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite, ha affermato che "la natura ci sta mandando un messaggio", attraverso la pandemia del coronavirus e i cambiamenti climatici. [3]

Dello stesso tenore è anche la riflessione conclusiva del già citato articolo del professor Chiechi:

Sia chiaro: non ci può essere salute umana senza salute ambientale, per cui, se vogliamo garantirci quella dobbiamo proteggere questa. E se non vogliamo farlo per scelta etica, dobbiamo almeno farlo perché ci conviene.

In questo senso, salute ci riporta al suo significato etimologico di salus, che significa salute, ma anche salvezza, e che poggia saldamente su un concetto universale e perenne, quello di rispetto, un concetto neanche medico quindi: se rispettiamo la nostra biologia, gli altri esseri viventi, l'ambiente, tutto diventa meravigliosamente semplice, automatico, naturale. [...] Anche per questo, affidiamoci con fiducia ai medici per la cura, ma il mantenimento della salute è responsabilità nostra. [4]

È verissimo, la responsabilità è nostra, perché siamo noi a decidere che cosa mangiare, nessuno ce lo impone. Possiamo decidere di fare qualche passo indietro nel tempo, recuperando la tradizione culinaria di una volta, che non prevedeva certo il consumo di carne a ogni pasto. E possiamo fare qualche passo avanti rispetto a quella tradizione, arrivando a una dieta 100% vegetale.

Dopotutto, si tratta solo di qualche cambiamento in cucina. Per finire su una nota più leggera, ma anche molto pratica, suggeriamo di esplorare la cucina 100% vegetale con un utilissimo opuscolo gratuito, che spiega come modificare i piatti più comuni della tradizione, semplici o impegnativi.

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Fonti

[1] Infect Dis Poverty. 2020 Mar 17;9(1):29. Epidemiology, causes, clinical manifestation and diagnosis, prevention and control of coronavirus disease (COVID-19) during the early outbreak period: a scoping review. Adhikari SP, Meng S,et al.

[2] Chinese Center for Disease Control and Prevention. 585 environmental samples from the South China Seafood Market in Wuhan, Hubei Province, China. 2020.

[3] The Guardian, Coronavirus: 'Nature is sending us a message’, says UN environment chief, 27 marzo 2020

[4] Luigi Mario Chiechi, Coronavirus, globalizzazione e salute

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